L’accesso al lavoro o alla formazione durante il carcere femminile è associato a maggiori probabilità di ridurre il coinvolgimento nei reati dopo la scarcerazione. È il dato più rilevante di uno studio condotto su quasi 200 donne uscite da istituti penitenziari di Santiago, in Cile, e pubblicato nel 2026 sul Journal of Research in Crime and Delinquency. La ricerca, guidata da Pilar Larroulet della Rutgers University–Newark, mostra però esiti molto diversi: per la maggioranza la traiettoria è cambiata poco, mentre le donne con un passato criminale più intenso si sono orientate verso una minore attività illecita.
- Lo studio ha esaminato cinque anni precedenti e cinque anni successivi alla detenzione.
- La maggior parte delle donne ha mantenuto un coinvolgimento nei reati simile e di basso livello.
- Quando si è verificato un cambiamento, è stato più spesso nella direzione di un allontanamento dal crimine.
- Lavoro e formazione in carcere sono risultati associati a maggiori possibilità di ridurre i reati.
Dieci anni di dati ricostruiscono traiettorie graduali
I ricercatori hanno confrontato il numero di reati commessi prima e dopo il periodo in carcere, osservando complessivamente un arco di dieci anni: cinque prima della detenzione e cinque dopo la liberazione. Hanno inoltre verificato se i cambiamenti variassero in relazione ai comportamenti precedenti e alle esperienze vissute in istituto.
Le donne considerate erano state incarcerate soprattutto per furto, traffico di droga e rapina. Per la maggioranza, l’uscita dal carcere non ha segnato una svolta netta: il loro coinvolgimento criminale, già contenuto, è rimasto su livelli simili.
Nei casi in cui la traiettoria è cambiata, la riduzione dei reati è avvenuta per passaggi progressivi, non attraverso un’interruzione improvvisa.
Questo tipo di analisi longitudinale permette di andare oltre una semplice distinzione tra chi torna a commettere reati e chi non lo fa. Osservare l’andamento nel tempo consente infatti di riconoscere diminuzioni graduali, stabilità e differenze legate alla storia precedente di ciascuna persona.
Il carcere non produce lo stesso effetto per tutte
Secondo Larroulet, la detenzione non costituisce un’esperienza uniforme e non ci si può quindi attendere un unico risultato. La ricercatrice ha sottolineato che molte delle donne con precedenti contatti con la giustizia provenivano da contesti fortemente marginalizzati, con accesso limitato a occupazione, assistenza sanitaria e opportunità.
Lo studio indica dunque che l’impatto del carcere femminile dipende sia dal percorso precedente sia dalle opportunità disponibili durante la detenzione.
Il legame rilevato con lavoro e formazione non equivale, da solo, a dimostrare un rapporto automatico di causa ed effetto. Segnala però quali condizioni meritano di essere considerate quando si valutano i percorsi successivi alla scarcerazione, evitando di trattare tutte le persone detenute come un gruppo omogeneo.
I risultati suggeriscono valutazioni più mirate
La ricerca riguarda il contesto cileno e i suoi risultati non possono essere trasferiti meccanicamente ad altri sistemi penitenziari. Per il dibattito italiano, il significato è soprattutto metodologico: valutare l’efficacia della detenzione richiede di distinguere i profili iniziali, le esperienze in carcere e i cambiamenti che maturano nel tempo.
In pratica, questo significa che un eventuale programma di reinserimento dovrebbe essere giudicato non soltanto in base alla presenza o assenza di nuovi reati, ma anche considerando la direzione e la gradualità dei percorsi individuali. Lo studio non stabilisce una soluzione valida per tutte, ma mette in discussione l’idea che la sola incarcerazione produca conseguenze uguali.
Lavoro e formazione dovrebbero avere un ruolo maggiore nei percorsi di reinserimento dopo il carcere? Condividete la vostra opinione.



























