«L’acufene non è una condizione fissa, ma un processo dinamico»: è questa la conclusione centrale di uno studio pubblicato su iScience, che ha confrontato l’attività cerebrale di persone con acufene recente o cronico, tutte con soglie uditive clinicamente normali. Le registrazioni elettroencefalografiche indicano profili diversi nelle due fasi: nei casi insorti da meno di sei mesi prevale uno squilibrio tra la rete della salienza e quella del controllo esecutivo; con la cronicità, invece, l’attività appare più stabile e il passaggio tra le reti più equilibrato, un quadro interpretato dai ricercatori come una forma di adattamento.
- Lo studio ha coinvolto 45 partecipanti, suddivisi in tre gruppi da 15.
- L’attività cerebrale è stata registrata con una cuffia EEG a 64 canali.
- L’acufene recente è risultato associato a maggiore attività della rete della salienza e minore attività di quella esecutiva.
- L’analisi dinamica, ma non quella statica, ha rilevato differenze tra i gruppi.
I risultati suggeriscono che il cervello non reagisce allo stesso modo all’inizio dell’acufene e quando il disturbo persiste nel tempo.
Nella fase iniziale il cervello appare più vigile
L’acufene porta a percepire fischi, ronzii o altri suoni in uno o in entrambi gli orecchi, oppure nella testa, senza una corrispondente sorgente sonora esterna. È spesso associato a perdita dell’udito, ma può presentarsi anche quando i comuni esami audiometrici restituiscono valori considerati normali.
Proprio quest’ultimo gruppo era al centro della ricerca firmata da Meng-Fang Gong e colleghi. Gli autori hanno reclutato 15 persone con acufene acuto, 15 con acufene cronico e 15 controlli sani senza il disturbo. La scelta permette di limitare la possibilità che le differenze neurologiche osservate dipendano da una perdita uditiva già rilevabile con i test clinici ordinari.
Nelle persone con insorgenza recente, definita nello studio come inferiore a sei mesi, la rete della salienza mostrava una maggiore attività, mentre quella del controllo esecutivo risultava meno attiva. La prima contribuisce a individuare segnali rilevanti o potenzialmente minacciosi; la seconda sostiene funzioni come attenzione e decisione.
Questo significa che, nella fase iniziale, il suono fantasma potrebbe ricevere una priorità sproporzionata nei meccanismi cerebrali che selezionano gli stimoli importanti. Si tratta però di un’interpretazione dei dati di rete, non della prova che tale squilibrio causi l’acufene.
Nei casi cronici emerge un riequilibrio compensativo
Nel gruppo con acufene cronico, i ricercatori hanno rilevato passaggi più bilanciati tra le reti. I modelli di attività diventavano più stabili e si spostavano dalle frequenze più alte verso onde a frequenza più bassa, comprese le bande delta e beta, nelle reti esecutiva e uditiva.
Secondo gli autori, il quadro cronico non indica necessariamente un progressivo peggioramento neurologico: può riflettere il tentativo del cervello di costruire un nuovo equilibrio intorno alla percezione persistente.
Per esaminare questi cambiamenti, il gruppo ha utilizzato una cuffia EEG a 64 canali. L’elettroencefalografia registra l’attività elettrica cerebrale con elevata risoluzione temporale; in questo caso sono stati analizzati quattro “microstati” collegati alle reti uditiva, visiva, della salienza e del controllo esecutivo.
I dati sono stati poi studiati attraverso un’analisi dinamica delle reti funzionali, che valuta come la comunicazione tra aree cerebrali cambi nel tempo e nelle diverse bande di frequenza. Un’analisi statica della connettività non aveva evidenziato differenze fra i gruppi: il metodo dinamico ha invece intercettato variazioni brevi, che rischiano di scomparire quando l’attività viene considerata come una media stabile.
Le firme EEG potrebbero distinguere le fasi dell’acufene
La distinzione ha una possibile rilevanza clinica. Se confermate da ulteriori ricerche, queste firme elettriche potrebbero diventare biomarcatori utili a separare l’acufene recente da quello cronico e a orientare cure più adatte alla fase del disturbo.
Lo studio segnala inoltre un limite dei controlli uditivi convenzionali: risultati clinicamente normali non escludono alterazioni sottili dell’orecchio interno o perdite alle frequenze superiori a 8 kHz, normalmente non comprese negli esami standard. Il rapporto citato collega questi casi anche alla sinaptopatia cocleare, cioè alla perdita di connessioni tra le cellule ciliate interne e le fibre del nervo uditivo.
La ricerca riguarda circa il 10-15% degli adulti nel mondo, secondo la stima riportata dagli autori, ma resta uno studio di dimensioni contenute. Poiché confronta gruppi distinti anziché seguire nel tempo le stesse persone, mostra associazioni tra fase dell’acufene e attività cerebrale, senza dimostrare direttamente la trasformazione individuale da un profilo all’altro né un rapporto di causa ed effetto.
Ritenete che test capaci di distinguere le diverse fasi dell’acufene potrebbero migliorare il percorso diagnostico? Condividete la vostra opinione.






























