Mark Carney, primo ministro del Canada e responsabile della trattativa politica con Washington, affronta una scadenza decisiva per i rapporti commerciali con il principale mercato del Paese. In assenza di un accordo dell’ultimo minuto, da mercoledì l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump applicherà dazi del 50% a un’ampia gamma di esportazioni canadesi. Le merci coinvolte valgono 20,2 miliardi di dollari, circa 17 miliardi di euro al cambio indicativo, e rappresentano approssimativamente il 5% delle importazioni statunitensi dal Canada, secondo il Center for Strategic and International Studies.
- I nuovi dazi statunitensi del 50% dovrebbero entrare in vigore mercoledì se non sarà raggiunto un accordo.
- Le misure riguardano merci canadesi per 20,2 miliardi di dollari.
- Tra i prodotti interessati figurano elettronica, macchinari, mobili, latticini, vino, attrezzature da hockey e alcuni prodotti in legno.
- Le tariffe sono state invocate attraverso la prima applicazione della Sezione 338 del Tariff Act del 1930.
I dazi colpirebbero anche merci protette dall’accordo nordamericano
La portata della decisione non dipende soltanto dall’aliquota. I dazi riguarderebbero anche beni che soddisfano i requisiti per il trattamento senza imposte doganali previsto dall’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada, ratificato durante il primo mandato di Trump.
Quell’intesa stabilisce regole comuni e condizioni preferenziali per gli scambi tra i tre Paesi. Le sue esenzioni hanno finora consentito a una quota stimata dell’85% del commercio tra Stati Uniti e Canada di rimanere priva di dazi, nonostante le precedenti misure statunitensi su comparti come acciaio e automobili.
Trump sostiene che le nuove tariffe siano giustificate dal trattamento ritenuto discriminatorio riservato da Ottawa ad automobili, latticini e bevande alcoliche statunitensi. Tra i beni esposti figurano inoltre macchinari industriali, elettronica, mobili, vino, prodotti in legno come i pannelli truciolari e attrezzature da hockey.
Un dazio del 50% potrebbe rendere centinaia di prodotti canadesi troppo costosi per competere sul mercato statunitense, secondo Julian Karaguesian, docente ed esperto di commercio alla McGill University.
Questo significa che l’impatto potenziale non sarebbe limitato ai grandi esportatori: tra le attività indicate come vulnerabili compaiono produttori di bulbi, apicoltori, aziende lattiero-casearie, cantine, industria del cemento e fabbricanti di articoli sportivi.
Le province complicano il margine negoziale di Ottawa
Carney ha definito i colloqui, condotti a porte chiuse, «delicati» e «intensi» e prevede di parlare con Trump prima della scadenza. Il premier aveva già descritto le trattative come particolarmente difficili e lunedì ha assicurato che il Canada sta negoziando da una «posizione di forza», aggiungendo di avere piani per ogni possibile scenario.
Ottawa deve però tenere conto delle competenze e delle posizioni delle province. Con l’eccezione di Alberta e Saskatchewan, tutte le dieci province canadesi hanno bloccato dall’inizio dello scorso anno la vendita di alcolici statunitensi in risposta alle misure commerciali di Trump. Il premier dell’Ontario Doug Ford e altri leader provinciali si sono detti disponibili a rimuovere le restrizioni qualora Washington ritirasse i dazi, mentre altri non hanno assunto un impegno.
Il Quebec considera invece non negoziabile il sistema canadese di gestione dell’offerta, basato su quote di produzione e importazione per latticini, uova e pollame. In termini pratici, per Carney un’intesa federale deve quindi risultare compatibile con interessi provinciali differenti.
La dipendenza dal mercato statunitense pesa sulla trattativa
Circa il 70% delle esportazioni canadesi è diretto negli Stati Uniti, la cui economia è approssimativamente tredici volte più grande di quella del vicino settentrionale. Gli Stati Uniti, al contrario, destinano al Canada il 30% delle proprie esportazioni. L’asimmetria indica che un nuovo scontro commerciale avrebbe un peso proporzionalmente maggiore per Ottawa.
Anche un accordo sui dazi non cancellerebbe necessariamente la diffidenza maturata tra i consumatori canadesi verso i prodotti statunitensi.
Un sondaggio Nanos Research ha rilevato che il 69% dei canadesi difficilmente acquisterebbe bevande alcoliche prodotte negli Stati Uniti anche se tornassero sugli scaffali. Un’altra rilevazione, pubblicata dall’Angus Reid Institute, attribuisce al 48% degli intervistati un’opinione sfavorevole degli statunitensi, contro il 45% con una valutazione positiva.
A più lungo termine, Ottawa punta a ridurre la dipendenza dal vicino. A settembre Carney ha annunciato una strategia di diversificazione commerciale rivolta a mercati non ancora sfruttati in Asia e altrove. Per le aziende italiane inserite nelle catene produttive nordamericane, la vicenda è rilevante perché mostra come anche merci conformi a un accordo di libero scambio possano essere esposte a nuove decisioni politiche: l’effetto concreto dipenderebbe però dalla struttura e dall’origine doganale dei singoli prodotti.
Il Canada dovrebbe accettare concessioni per salvaguardare l’accesso al mercato statunitense o mantenere una linea più rigida? Condividete la vostra valutazione.






























