Le iniziative occasionali adottate nei campus non bastano a prevenire la violenza sessuale nelle università. È la conclusione di una revisione firmata da Jessica Ison e colleghi, che ha esaminato 40 studi sui programmi di prevenzione valutati dal 2012 negli atenei dei Paesi ad alto reddito. Il lavoro, pubblicato su Trauma, Violence, & Abuse, evidenzia due limiti centrali: la ricerca disponibile proviene quasi interamente da Stati Uniti e Canada e gli interventi tendono a concentrarsi sulle conoscenze e sui comportamenti individuali, senza affrontare in modo adeguato strutture, politiche e squilibri di potere.
- La revisione ha analizzato 40 studi sui programmi universitari di prevenzione della violenza sessuale pubblicati dal 2012.
- Soltanto tre studi sono stati condotti fuori da Stati Uniti e Canada.
- In Australia, uno studente universitario su sei riferisce molestie sessuali e uno su 20 un’aggressione sessuale dall’inizio degli studi.
- Il nuovo codice nazionale australiano impone agli atenei di adottare programmi di prevenzione basati sulle evidenze.
La ricerca disponibile misura soprattutto interventi individuali
Secondo la revisione, dal 1985 gran parte della prevenzione della violenza sessuale si è concentrata sul tentativo di modificare atteggiamenti, convinzioni e conoscenze. Tra le strategie utilizzate figurano i programmi rivolti agli osservatori, pensati per insegnare come intervenire in sicurezza davanti a comportamenti dannosi, pericolosi o irrispettosi.
Gli studi esaminati, tuttavia, mostrano che ai cambiamenti nelle conoscenze e negli atteggiamenti non è seguito un analogo cambiamento dei comportamenti. Pochi programmi, se non nessuno, hanno prodotto variazioni significative negli episodi subiti o nella commissione degli abusi.
Il problema, secondo gli autori, è che una lezione isolata sulle relazioni sane o sull’autodifesa non modifica da sola le condizioni organizzative e culturali nelle quali la violenza può essere tollerata o riprodotta.
La revisione non implica che ogni singola iniziativa educativa sia inutile. Significa, piuttosto, che le evidenze disponibili non giustificano l’idea che un intervento una tantum possa sostituire una strategia continuativa estesa all’intera università.
Il campione degli studi lascia fuori diversi gruppi esposti
La scarsa varietà geografica è uno dei principali ostacoli. Dei 40 studi considerati, 37 arrivano da Stati Uniti o Canada: risultati ottenuti in quei contesti non possono quindi essere automaticamente trasferiti ad altri sistemi universitari e culturali.
Anche la composizione dei partecipanti è limitata. Le ricerche si sono rivolte soprattutto a donne bianche, cisgender ed eterosessuali, dedicando minore attenzione alle comunità LGBTIQA+, agli studenti internazionali, al personale universitario e agli studenti di colore. Il limite è particolarmente rilevante perché, secondo il rapporto, chi vive forme intersecanti di disuguaglianza presenta una probabilità maggiore di subire violenza sessuale.
Per gli atenei italiani ed europei, questo significa che l’adozione di modelli elaborati prevalentemente in Nord America richiederebbe una verifica rispetto al contesto locale. Non basta che un programma sia stato valutato altrove: occorre capire quali gruppi abbia coinvolto, quali aspetti dell’organizzazione abbia modificato e se i risultati siano trasferibili.
La prevenzione deve coinvolgere l’intero sistema universitario
Per valutare gli interventi, gli autori hanno utilizzato il modello “whole-of-university” dell’organizzazione australiana Our Watch. Il quadro considera cinque ambiti — vita studentesca, didattica e apprendimento, luogo di lavoro, ricerca, attività economiche e operative — e tre leve: valori e comportamenti, strutture e politiche, cultura e norme.
I programmi analizzati erano concentrati soprattutto sulla didattica e sulla leva dei valori e dei comportamenti. Restavano invece meno coperti la cultura lavorativa, le politiche interne, le attività operative, la vita degli studenti e l’equità nella ricerca.
Un approccio esteso all’intero ateneo comporterebbe integrare la prevenzione nelle regole, nei servizi, nella formazione, nelle condizioni di lavoro e nei meccanismi che consentono a vittime e testimoni di segnalare gli episodi.
In Australia la questione è diventata anche un obbligo istituzionale: il nuovo Codice nazionale dell’istruzione superiore per prevenire e affrontare la violenza di genere richiede programmi fondati sulle evidenze. La revisione avverte però che la base scientifica attuale è poco inclusiva e non offre ancora un modello completo.
Il prossimo passaggio indicato dagli autori è quindi sviluppare, finanziare e valutare interventi specifici per il contesto, intersezionali e capaci di agire sull’intera università. Per gli atenei, ciò implica trattare la violenza sessuale non soltanto come un problema tra individui, ma anche come una questione di cultura, organizzazione e distribuzione del potere.






























