Il lavoro giovanile in Italia mostra segnali di miglioramento, senza però colmare il divario con il resto dell’Unione europea. Nel rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), quasi quattro giovani risultano disoccupati per ogni adulto sopra i 25 anni in cerca di impiego. La quota di Neet si è quasi dimezzata in un decennio, ma contratti a termine, part-time involontario e competenze non utilizzate continuano a condizionare i percorsi professionali. Il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 29 anni è del 14,4%, contro una media Ue dell’11,6%.
- I Neet sono scesi dal 25,7% nel 2015 al 13,3% nel 2025.
- Tra il 2014 e il 2023 sono emigrati 367mila italiani fra i 25 e i 34 anni.
- Nel 2025 il 31,3% dei dipendenti fra i 15 e i 29 anni aveva un contratto a termine.
- Il 61,4% dei giovani occupati part-time non aveva trovato un posto a tempo pieno.
In dieci anni diminuiscono i giovani fuori da studio e lavoro
Il punto di partenza della ricostruzione dell’Ilo è il calo dei Neet, cioè delle persone giovani che non lavorano e non partecipano a percorsi di istruzione o formazione. La loro incidenza è passata dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025, la maggiore riduzione registrata tra i Paesi dell’Unione europea.
Il miglioramento dell’accesso all’occupazione, tuttavia, non basta a descrivere la qualità del lavoro ottenuto. Per l’Ilo, misurare soltanto quanti giovani entrano nel mercato rischia di nascondere instabilità, redditi insufficienti e percorsi professionali che non valorizzano gli studi compiuti.
Questo significa che il calo della disoccupazione e dei Neet non coincide automaticamente con una transizione verso un impiego stabile, adeguato alle competenze e sostenibile nel tempo.
Dal 2014 al 2023 l’emigrazione riduce il capitale qualificato
Nel periodo compreso tra il 2014 e il 2023 hanno lasciato l’Italia 367mila persone tra i 25 e i 34 anni. Quasi 146mila, pari al 39,7%, erano laureate. Nello stesso arco temporale sono rientrati poco più di 49mila giovani laureati, con una perdita netta di circa 97mila persone qualificate.
Secondo l’organizzazione, di fronte a opportunità, salari e prospettive di carriera insufficienti, trasferirsi all’estero può rappresentare una scelta razionale per il singolo. Per il Paese, invece, la conseguenza è la perdita di capitale umano utile a innovazione, produttività e sviluppo. Il tema assume un peso particolare in un’Italia che attraversa una crisi demografica: trattenere o recuperare competenze giovani incide sulla capacità futura del sistema produttivo di rinnovarsi.
Nel 2024 restano ampi i divari territoriali e di genere
I dati relativi ai giovani tra i 20 e i 34 anni non più inseriti nell’istruzione o nella formazione mostrano differenze marcate. Nel 2024 il tasso di occupazione era dell’81,4% al Nord e del 54% al Sud. Anche il genere continua a incidere: risultava occupato il 77,4% degli uomini, contro il 61,9% delle donne, con uno scarto di 15,5 punti percentuali. Tra le persone con istruzione terziaria il divario scendeva a circa 4,1 punti.
Per i giovani del Mezzogiorno e per le donne, dunque, il problema non riguarda solo la tipologia del contratto, ma anche la probabilità stessa di entrare nel mercato del lavoro. L’istruzione aumenta le possibilità di occupazione, osserva l’Ilo, ma non riesce da sola a compensare una domanda debole di lavoro qualificato in alcuni territori.
Nel 2025 precarietà e sovraqualificazione frenano i percorsi
La fotografia del 2025 evidenzia che il 31,3% dei dipendenti tra i 15 e i 29 anni aveva un contratto a termine. Inoltre, il 61,4% dei giovani impiegati a tempo parziale lavorava con quell’orario perché non aveva trovato un posto a tempo pieno.
Alla precarietà si aggiunge il mancato utilizzo delle competenze: la sovraqualificazione riguardava un giovane su quattro tra i laureati di 20-34 anni e un giovane su tre tra i diplomati. In pratica, una parte dell’investimento formativo non trova corrispondenza nelle mansioni svolte, con possibili effetti su salario, esperienza, protezione sociale e progressione di carriera.
L’intelligenza artificiale apre la prossima sfida occupazionale
Il rapporto guarda infine ai cambiamenti che potrebbero interessare i primi impieghi. Mansioni amministrative e d’ufficio, servizi, vendite e alcune attività manifatturiere o tecniche semplici e ripetitive figurano tra quelle maggiormente esposte all’automazione.
A livello globale, il 6,1% dei posti occupati da persone tra i 15 e i 29 anni appartiene a professioni fortemente esposte ai cambiamenti legati all’intelligenza artificiale; in Europa la quota sfiora il 15%. L’Ilo precisa però che esposizione non significa necessariamente perdita del posto: gli esiti dipenderanno dall’accesso alle tecnologie, dalle competenze dei lavoratori e dalle decisioni organizzative delle imprese.
Per i giovani, la questione decisiva sarà evitare che l’automazione restringa proprio le mansioni tradizionalmente utilizzate per compiere il primo passo nel mercato del lavoro.
Il prossimo passaggio indicato dall’Ilo non è quindi favorire un ingresso in una qualsiasi occupazione, ma investire nelle competenze e accompagnare i giovani verso lavori dignitosi e duraturi, mentre cresce la domanda in ambiti ad alta intensità di conoscenza come scienza, salute e ingegneria.
Secondo voi, quali interventi potrebbero rendere il lavoro giovanile in Italia più stabile e adeguato alle competenze?






























