La guerra in Iran sta già cambiando le prospettive energetiche per il prossimo inverno: gli stoccaggi europei di gas sono appena sopra il 50% della capacità e, nello scenario migliore elaborato da Wood Mackenzie, arriverebbero al 75% entro novembre, contro un livello previsto di almeno il 90%. Le interruzioni del gas naturale liquefatto del Qatar, la domanda estiva superiore alla norma e le difficoltà di transito nello Stretto di Hormuz stanno riducendo i carichi disponibili. Intanto, il rincaro di energia e fertilizzanti si combina con un El Niño potenzialmente molto forte, aumentando i rischi per raccolti, prezzi alimentari e sicurezza del cibo.
- Gli stoccaggi europei di gas sono poco sopra il 50% e potrebbero raggiungere soltanto il 75% entro novembre.
- Nell’ultima settimana i prezzi spot europei del gas sono saliti di quasi il 26%, secondo Rystad Energy.
- La NOAA stima al 63% la probabilità che El Niño diventi “molto forte” quest’anno.
- JP Morgan prevede che El Niño e petrolio a 100 dollari, circa 88 euro, possano aggiungere fino all’1,5% all’inflazione alimentare.
Le forniture del Qatar frenano il riempimento degli stoccaggi
Il conflitto è iniziato alla fine di febbraio, quando la stagione invernale precedente era ormai sostanzialmente superata. Nei mesi successivi, però, i danni alle infrastrutture del gas naturale liquefatto del Qatar e la chiusura in larga parte dello Stretto di Hormuz hanno limitato le esportazioni verso Europa e Asia.
Secondo le previsioni riportate da Wood Mackenzie, le forniture qatariote colpite non dovrebbero essere ripristinate prima della fine del 2027. Il GNL viene trasportato via nave dopo essere stato raffreddato e liquefatto: per i Paesi importatori, la disponibilità dei carichi e delle rotte marittime è quindi decisiva quanto la capacità degli impianti di produzione.
Con l’arrivo del freddo, Europa, Asia e Paesi nordafricani come l’Egitto potrebbero trovarsi a competere per un numero limitato di carichi di GNL.
I segnali sui mercati sono già visibili. Rystad Energy rileva che, nell’ultima settimana, i prezzi spot europei sono aumentati di quasi il 26%, mentre quelli statunitensi sono rimasti relativamente stabili. Il parametro europeo è oltre sette volte superiore ai prezzi degli Stati Uniti e le quotazioni spot in Europa superano di oltre il 50% i minimi di giugno.
Germania e Paesi Bassi rischiano deficit più marcati. L’Europa dipende dal gas per produrre elettricità quasi il 20% in meno rispetto a cinque anni fa, ma dispone anche di una minore capacità a carbone da utilizzare in alternativa. Un eventuale razionamento resta uno scenario estremo indicato dagli analisti, non una misura già decisa.
El Niño aggiunge un rischio per riso e fertilizzanti
La pressione energetica si trasferisce anche all’agricoltura. La guerra ha fatto salire i prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, mentre circa un terzo di questi ultimi transita normalmente attraverso lo Stretto di Hormuz. Alcuni agricoltori stanno pagando di più, rinviando gli acquisti o scegliendo colture che richiedono meno fertilizzante; un impiego inferiore potrebbe ridurre le rese del prossimo raccolto.
In parallelo, El Niño sta modificando piogge e temperature nelle principali aree agricole. La Banca Mondiale ha avvertito che nelle regioni colpite la produzione di riso potrebbe diminuire tra il 20% e il 50%. In India, che produce quasi un terzo del riso mondiale e ne consuma internamente la grande maggioranza, a giugno le precipitazioni sono state circa il 40% inferiori alla norma, secondo i media locali.
Il rischio non deriva da una sola crisi, ma dalla possibile sovrapposizione fra guerra, costi energetici, fertilizzanti più cari e raccolti danneggiati dal clima.
La FAO considera particolarmente esposti anche il Sahel, l’Africa meridionale, il Sud-est asiatico e il Corridoio Secco dell’America centrale. In alcune di queste regioni la probabilità di siccità nei prossimi mesi supera il 50%.
La produzione globale resta alta, ma il cibo non arriva a tutti
Il quadro non è però quello di una carenza mondiale già in atto. L’indice FAO dei prezzi alimentari resta quasi il 20% sotto il picco del 2022. Lo scorso anno è stato registrato il maggiore raccolto globale di cereali mai osservato e quello previsto per quest’anno, pur leggermente inferiore, sarebbe comunque il secondo più alto.
Il problema centrale è la distribuzione. Le Nazioni Unite stimano che 266 milioni di persone affrontino ancora una fame acuta e che per oltre la metà di loro la causa sia il conflitto. Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Yemen sono tra i Paesi nei quali le forniture non riescono a raggiungere chi ne ha bisogno.
Maximo Torero, capo economista della FAO, ha sottolineato che nel mondo vengono prodotte calorie sufficienti per tutti, ma non sono distribuite in modo uniforme. Questo significa che raccolti globali abbondanti possono contenere i prezzi medi senza risolvere le crisi locali, soprattutto dove guerre e ostacoli agli aiuti interrompono l’accesso al cibo.
Secondo JP Morgan, se il petrolio superasse nuovamente i 120 dollari al barile, circa 106 euro, le esportazioni ucraine venissero bloblokate e El Niño colpisse più duramente i prossimi raccolti, l’inflazione alimentare potrebbe superare il 5% nel 2027. È uno scenario condizionato al verificarsi simultaneo di più eventi, con i mercati emergenti indicati come i più vulnerabili.



























